Football manager story e narrativa sul calcio professionistico, tra pressione, identità e il prezzo nascosto della competizione.
Allora, vi racconto una cosa.
Quando sono arrivato al Nævsted avevo ventun anni, uno zaino e le scarpe da calcio tenute fuori perché dentro non ci entravano. Il campo era piccolo. Lo stadio era piccolo. La città era piccola.
Klaus mi ha fatto un giro del perimetro in silenzio e poi ha detto: domani, otto. Ho capito subito che sarebbe stata una storia interessante.
C'è un allenatore faroese che non spiega mai niente. Un islandese che usa le metafore come altri usano le parole. Un austriaco che prende appunti su tutto, anche sui gabbiani. Una madre a Reykjavik che tiene un foglio con i nomi di tutti i giocatori.
E poi ci sono io. Che ho vinto anche il fantacalcio.
Leggete pure. Ve lo meritate.
— Karl Albert Casonì, Bologna
Non so bene se chiamarlo un libro sul calcio o un libro su cosa succede quando smetti di guardare solo il pallone.
Io c'entro poco, in teoria. Ho osservato.
Ho guardato Claus van Aanholt smettere di giocare, passare troppe sere al bar a soffrire per una nazionale che non si qualificava mai e poi, non chiedetemi come, ritrovarsi ad allenare in continenti diversi, portandosi dietro sei amici, un vassoio di shot che nessuno ha mai ordinato e più singani di quanto la Bolivia intera dovrebbe produrne.
Willemstad. Kansas City. Santa Cruz de la Sierra. Un'onda blu che parte da un'isola di centosessantamila persone e torna sempre, in un modo o nell'altro, a casa.
Ho scritto tutto questo con l'aiuto di J.C., il mio assistente, l'unico che non mi giudica mai per quanto bevo mentre scrivo.
Le voci sono vere, più o meno. I nomi pure. Il resto, be', il resto è quello che succede quando hai la fortuna di avere qualcuno per cui tifare.
Buenas noches e buona lettura.
— C.D.K.