Il negozio dorme prima di me. Le insegne si spengono, i clienti smettono di bussare e resto solo io, seduto dietro al banco, a fare l'unica cosa che mi riesce davvero bene: contare.
Pesci secchi. Bottoni. Una moneta piegata che nessuno verrà mai a riscattare.
Ogni oggetto ha un nome, anche se non lo dice nessuno tranne me. Alcuni li conosco meglio dei loro stessi proprietari: chi li ha lasciati, perché e se davvero tornerà mai a riprenderseli.
Finito il conteggio, mi concedo sempre lo stesso piccolo lusso: un pesce buono, di quelli che tengo da parte per i clienti importanti e che invece mangio io quando la giornata se lo merita.
Oggi se lo meritava.
Fu proprio mentre affondavo i denti che sentii il rumore. Ali contro la grata. Un ritmo che conoscevo fin troppo bene.
«Drago» dissi, senza smettere di masticare.
Non serviva nemmeno guardare. Entrò comunque, come se il "chiuso" fosse un'opinione, non un fatto.
Qualcosa gli cadde dal becco sul banco, con un tonfo secco.
Un frammento di specchio. Piccolo, irregolare, con i bordi consumati. Proprio dove, se la memoria non mi tradiva, la sua carica sbagliata lo aveva spezzato quella notte, tanti mesi prima, durante la Battaglia.
«Sap! Guarda cosa ti ho portato» disse, fiero come se avesse trovato un tesoro reale.
«Cosa vuoi in cambio?»
Non era una domanda. Con Drago non lo era mai.
«Erba gatta» disse, gli occhi già lucidi. «E magari... un pizzico di Sabai Sabai?»
«La Sabai Sabai costa cara, Drago.»
«Lo so, lo so. Ma è per un amico.»
Aveva sempre un amico. Nessuno lo aveva mai visto né sentito nominare, ma avevo smesso da tempo di fare domande a cui non volevo davvero una risposta.
Sospirai, presi la busta e gliela porsi. Lui la afferrò come se gli stessi salvando la vita e, forse, a modo suo, era proprio così.
«Torno a pagare» promise, già a metà del volo.
«Segnato» dissi.
Lo segnai davvero, sulla bacheca dei debiti, tra Red, Lemon e tutti gli altri nomi che il legno ormai conosceva a memoria.
Drago se ne andò senza voltarsi, lasciando dietro di sé soltanto l'eco delle ali e quel frammento di specchio, dimenticato sul banco.
Mi rimisi al lavoro.
Ma qualcosa, in quella notte, non tornava più.
Alzai lo sguardo per spegnere la lanterna e lo vidi.
Il frammento mi restituiva un riflesso.
Non il mio.
Piume. Un becco. La sagoma stretta di chi vola, non di chi cammina.
Drago era lì dentro.
Ma Drago non c'era più.
Se n'era andato da minuti, oltre la grata, oltre il vicolo, oltre ogni logica.
Rimasi fermo.
Provai a muovere una zampa, piano, aspettando che il riflesso facesse lo stesso.
Non si mosse.
La testa, nel vetro, restò inclinata.
Come se aspettasse ancora qualcosa da me. Qualcosa che non sapevo dare.
Mi dissi che era stanchezza. Un gioco della luce sporca del negozio. Niente di più.
Non ci credetti nemmeno io. Fu quello, più di tutto, a disturbarmi.
Feci il giro del bancone, lentamente, per guardarlo da un'altra angolazione.
Il riflesso non seguì il movimento.
Restò fermo.
Puntato su un punto che io non occupavo più.
Mi avvicinai ancora, con il cuore che batteva più forte di quanto avrei voluto ammettere.
Ora, nel vetro, c'ero io.
O almeno, qualcosa che mi somigliava.
L'alto era dove doveva esserci il basso.
Allungai la zampa, presi il frammento e lo girai di scatto.
Il lato specchiato premette contro il legno.
Non volevo più guardare.
Non ancora.
Il retro era liscio, freddo, diverso da come lo ricordavo dal primo tocco.
Poi vidi un'incisione. Non l'avevo mai notata prima.
Avvicinai la fiamma della lanterna. La mano tremava quasi quanto la luce.
Tre cifre.
Piccole.
Marchiate a fuoco, come una firma lasciata da qualcuno che non firma mai nulla.
Le fissai a lungo.
Non riuscivo a capire perché mi sembrassero familiari.
Poi capii.
Non erano scritte nel verso giusto.
Girare il frammento non bastò.
Dovetti inclinare la testa.
E allora le vidi.
999.