Claus era lì, come mezza isola, a sperare e tifare per qualcosa più grande di loro. Grande come tutta Curaçao, forse anche un po' di più.
Seduto a uno dei tavoli rustici del locale, aveva lo sguardo incollato alla piccola TV, a sostenere una squadra che dei loro colori portava addosso soltanto il sangue.
La porta era aperta, come sempre. L'umidità della sera entrava insieme ai grilli e al rumore della strada, mescolandosi all'odore di birra rancida che le pale del soffitto spingevano pigramente da un angolo all'altro del locale.
La gente era ovunque.
Ai tavoli, in piedi al bancone, accalcata sotto la TV. Una serata dell'orgoglio, di quelle in cui per qualche ora l'isola sembrava diventare una cosa sola.
Il Bar di Queno de Fritas era nato per le patatine fritte, la birra e il ron berdè.
Ma soprattutto era, da sempre, il tempio del calcio dell'isola.
Quando c'era una partita da vedere, quello era il posto.
Una parete intera si era riempita negli anni di facce: Ronaldo, Ronaldinho, Messi, Neymar. Ritagli di riviste, fotografie, vecchi poster, tutto attaccato con lo scotch alla bell'e meglio e ingiallito dal fumo e dal tempo.
Un altare di carta dedicato a dei lontani.
Claus aveva trentacinque anni e aveva appeso le scarpe al chiodo due anni prima.
Allora ne aveva trentatré. Non era ancora vecchio, ma nel calcio dell'isola bastava poco perché una carriera finisse prima del previsto.
E quella non era stata certo un'epoca fortunata.
Da quando Curaçao aveva ottenuto la sua storica autonomia il 10-10-10, il calcio nazionale aveva conosciuto più interruzioni che certezze. Burocrazia, federazione, campionati sospesi, COVID. Poi, proprio nella stagione in cui Claus aveva smesso di giocare, il campionato si era fermato di nuovo.
Quasi due anni.
Le ragioni vere non erano mai state del tutto chiare. Problemi organizzativi, squadre sul piede di guerra, soldi che mancavano. Probabilmente un po' di tutto, mescolato insieme come il ron berdè nei bicchieri di quelli che quella sera avevano smesso da tempo di contare quanti ne avessero bevuti.
Claus non ci pensava più.
O almeno era quello che si raccontava.
Aveva trovato un altro lavoro. Aveva smesso di allenarsi ogni mattina. Aveva regalato le vecchie scarpe e lasciato che il campo diventasse qualcosa che apparteneva a un'altra vita.
Ma quella sera era di nuovo lì.
Come tutti gli altri.
L'arbitro fischiò la fine del primo tempo a Kingston.
Giamaica 0, Curaçao 0.
La cenerentola teneva botta e il mondo intero, tranne la Giamaica, cominciava a guardare con curiosità quella partita che stava già diventando storia.
La classifica, a fine primo tempo, dava Curaçao a dodici punti, tallonata dalla Giamaica a quota undici.
Ancora quarantacinque minuti.
Più recupero.